La storia del farmaco più antico al mondo: la teriaca

La storia del farmaco più antico al mondo: la teriaca

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Nella mitologia greca si diceva che Panacea, la dea della guarigione, avesse una pozione che guariva ogni malattia. La ricerca del rimedio universale sarebbe continuata per tutta l’antichità poiché medici e guaritori sperimentavano varie sostanze nella cura regolare dei loro pazienti, specialmente in situazioni disperate.

Nel mondo antico gli avvelenamenti erano abbastanza comuni e la ricerca di un composto in grado di proteggere una persona da qualsiasi tipo di tossina ha portato alla popolarità di quello che si pensava fosse un antidoto universale: la teriaca.

Il nome “teriaca” deriva dal termine greco theria (che si riferisce alle bestie selvagge) ed è stato dato a un preparato che serviva inizialmente come antidoto e successivamente come cura per una serie di malattie. Secondo Plinio il Vecchio (23-79 d.C) e Galeno di Pergamo (131201 d.C), una delle prime formulazioni per una teriaca contro le punture di animali velenosi è stata incisa su una pietra nel tempio di Asclepio sulla isola di Kos; conteneva timo, opoponax (mirra dolce), anice, finocchio e prezzemolo.

La teriaca di Mitridate

L’idea di una teriaca sembra aver acquisito maggiore importanza durante il regno di Mitridate VI (132–63 a.C), re del Ponto in Asia Minore. Mitridate VI viveva nella costante paura di essere avvelenato e non solo provava sostanze velenose su criminali e schiavi, ma ingeriva regolarmente anche veleni e i loro antidoti.

Il suo medico personale Crateuas inventò un antidoto noto come Mithridatum, che conteneva circa 40 ingredienti e si pensava proteggesse dal veleno di scorpioni, vipere, lumache di mare e altre tossine. Mitridate sembrava essersi talmente abituato a vari veleni che, quando fu catturato da Pompeo, tentò il suicidio per auto-avvelenamento.

Tuttavia, come scrisse Lucio Cassio Dione, “il veleno, sebbene mortale, non ebbe la meglio su di lui, poiché vi aveva abituato la sua costituzione, prendendo antidoti precauzionali in grandi dosi ogni giorno”. Si racconta che, avendo fallito in questo tentativo, Mitridate ordinò a uno dei suoi soldati di ucciderlo con una spada. Tra le carte del re sconfitto, Pompeo trovò la formula del Mithridatum e la tradusse in latino.

La teriaca nell’impero romano

Diversi tipi di teriache furono successivamente prodotti nell’antichità, ma la più celebre fu forse quello inventato da Andromaco, medico dell’imperatore romano Nerone, nel I secolo d.C. Andromaco proveniva dall’isola di Creta dove “uomini botanici” (i nostri attuali giardinieri) al servizio dell’Imperatore raccoglievano le erbe e le riponevano in vasi lavorati a maglia, che venivano  inviati a Roma ed in altre province dell’impero.

La notevole conoscenza della botanica di Andromaco lo aiutò a “fornire all’umanità le medicine necessarie”. Affermò che la formula per la sua Galeni Theriaca  era un miglioramento rispetto a quella di Mitridate perché conteneva circa 64 ingredienti ed era arricchita con la carne di vipera ed una quantità molto più rilevante di oppio.

Secondo Andromaco, la sua teriaca poteva essere usata non solo per i morsi di animali velenosi, ma anche per malattie come l’asma, le coliche, l’idropisia, l’infiammazione e persino la peste. In effetti, il successo della terapia di Andromaco lo elevò alla dignità di Archiatrus (capo-medico) e la preparazione godette di una grande reputazione per secoli.

Il contributo di Galeno

Nel secolo successivo, il medico greco Galeno formulò una teriaca che, secondo lui, avrebbe eclissato tutti gli altri per la sua popolarità. Galeno era una figura di spicco della medicina in epoca romana. Ha scritto un gran numero di trattati su argomenti medici e filosofici e le sue dottrine hanno dominato il pensiero medico fino al XVI secolo. Nato a Pergamo, parte dell’Asia Minore, il padre di Galeno Nicon, un ricco architetto, ha curato personalmente la sua educazione.

Inizialmente, Galeno studiò medicina nella sua città natale poi a Corinto e infine ad Alessandria. Ritornato a Pergamo fu nominato medico cittadino alla Scuola dei Gladiatori, ma si guadagnò una tale reputazione che ben presto divenne il medico di corte degli imperatori romani Marco Aurelio e Lucio Vero.

Seguendo “la teoria degli umori” di Ippocrate, Galeno credeva che i quattro umori del corpo (catarro, sangue, bile nera e bile gialla) fossero responsabili della salute o della malattia. Andando oltre, ha classificato tutte le personalità in quattro tipi: flemmatico, sanguigno, collerico e malinconico. Gli squilibri di questi umori porterebbero alla malattia e potrebbero essere corretti aggiungendo estratti di erbe di origine simile ma anche altri estratti con proprietà opposte.

Galeno credeva anche che, spesso, poteva essere necessario usare più di un farmaco per avere un effetto terapeutico e preferiva mescolare diversi agenti per ottimizzare l’assorbimento dei medicamenti.

Nella corte reale, Galeno preparò la sua teriaca e scrisse di vari composti di teriaca nei suoi libri De Antidotis I, De Antidotis II e De Theriaca ad Pisonem. La formula di base consisteva in polpa di vipera, oppio, miele, vino, cannella e poi più di 70 ingredienti. Il prodotto finale doveva maturare per anni e veniva somministrato per via orale come pozione o per via topica sottoforma di cerotti.

Galeno affermò che la sua terapia estraeva i veleni dall’organismo e poteva rimuovere un ascesso da un tessuto più rapidamente di un bisturi. Il preparato veniva preso quotidianamente dall’imperatore Marco Aurelio per proteggersi dai veleni e per garantirsi una buona salute generale.

Galeno e la sperimentazione in cieco

Ma Galeno non si limitò a somministrare la sua terapia, ma la sperimentò anche sugli animali. In “De Theriaca ad Pisonem”  descrive di come prendeva i galli e li divideva in due gruppi: ad un gruppo dava la teriaca e all’altro no.

Poi metteva entrambi i gruppi a contatto con i serpenti; Galeno osservò che i galli a cui non era stato somministrato il farmaco morivano immediatamente dopo essere stati morsi, mentre quelli a cui era stato somministrato sopravvivevano. In un passaggio in ”De Theriaca ad Pisonem”, fornisce un resoconto illuminante dell’uso della sua terapia per curare l’ittero causato dal morso di serpente.

Galeno chiamò la sua preparazione Teriaca di Andromaco. La sua teriaca si affermò come rimedio indispensabile non solo come antidoto per i morsi di serpente, ma alla fine come una panacea universale. Conservato in vasi di porcellana decorati, spesso illustrati con scene della vita di Mitridate, il suo uso era ancora molto diffuso nell’Europa medioevale, in particolare in Italia, dove la teriaca divenne nota come la melassa di Venezia. Il suo influsso è evidente anche nelle farmacopee francesi e tedesche del XIX secolo.

Che fosse una panacea universale o solo una preparazione che crea dipendenza grazie all’oppio, l’influenza della teriaca si è estesa ben oltre le sue origini dall’antichità fino praticamente all’inizio del novecento.

Dr. Giuseppe Scala

www.iconsiglideifarmacisti.it

Fonti

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/15125416/

https://www.sciencedirect.com/topics/medicine-and-dentistry/theriac

https://wellcomecollection.org/articles/Wc5IPScAACgANNYO

https://www.historyonthenet.com/theriac-historys-amazing-wonder-drug

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